Moderatamente

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MIGRANTI

Marco Savio 17 ottobre 2013

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MIGRANTI

La vita è un diritto sacro e inviolabile ed altrettanto lo è la speranza perché se uccidi la speranza uccidi l’uomo.
Pertanto quando un uomo lascia (scappa) il suo paese perché devastato da guerra o povertà è di fatto un migrante ma è anche un uomo che esercita i suoi diritti naturali (vita e/o speranza).
Quando l’uomo era nomade atterrare in altro suolo non generava dicotomie di accoglienza o respingimento perché non c’erano frontiere.
Ora le frontiere ci sono e sono contenitori invisibili di popoli, corpi legislativi e cultura; ma accoglienza e solidarietà dovrebbero essere un dovere naturale, dovrebbero essere il contraltare sincronico ai diritti naturali di vita e speranza.
Per comprendere questo concetto ci si deve ricordare di quando noi italiani fuggivamo la miseria e bussavamo alle frontiere altrui, ma ancor di più ci aiuta a capire l’immaginare che un terremoto ha distrutto la nostra casa (abbiamo perso tutto) e non quella del vicino: bussiamo alla sua porta e ci accoglie ed aiuta; ora ipotizziamo di trovarla chiusa e di rimanere, spogli, in strada al freddo ed alle intemperie.
Questo, credo, ci aiuti a focalizzare i diritti-doveri naturali di accoglienza e solidarietà.
Astrattamente, però, non può essere un diritto-dovere esercitabile all’infinito, perché vi sono limiti naturali, fisiologici, pratici ed anche economici.
Nel nostro salotto di casa (supposto di 30 metri quadrati) non faremmo accomodare 500 persone oppure in piazza San Marco a Venezia non si può pensare di farvi accedere un milione di persone.
Così se un giorno, per assurdo, si presentassero alle frontiere dell’Italia un miliardo di persone, sarebbe semplicemente impossibile accoglierle perché non basta il suolo: calcolando la superficie al netto delle montagne il risultato sarebbe di 5 persone per metro quadrato.
Ecco dimostrato che accoglienza e solidarietà hanno un limite teorico, che non conosciamo ma che esiste, anche se molto lontano: e non si vuol dare fiato ai fautori del respingimento.
Bene, allora come si conciliano vita e speranza con accoglienza e solidarietà ?
Non sarà sfuggito che in questa situazione di migrazione l’attore è sempre l’uomo e lo stato non è citato: quello di provenienza latita, quello di arrivo è più o meno presente.
L’origine o meglio le cause della migrazione sono alternativamente o congiuntamente la guerra e la miseria: ma questi sono scenari in cui lo stato è l’unico attore responsabile.
Quindi, per intervenire sulla migrazione occorrerebbe rimuoverne le cause; ma per rimuoverle occorre intervenire sullo stato, e qui ci scontriamo col diritto internazionale, col sacro principio di autodeterminazione di un popolo, con l’ingessatura di tutti gli organismi internazionali.
Se in casa del nostro vicino se le danno di santa ragione, possiamo chiamare la polizia la quale interviene e seda la rissa, ma se il vicino è uno stato siamo impotenti.
La migrazione diviene la soluzione del singolo mentre dovrebbe essere problema delle collettività.
Un mondo fatto di tanti contenitori privi di un legame che costituisca un ordine regolamentare globale, forse non è il migliore dei mondi possibili.

Comments (1)

  1. chiedi e ti sarà dato,bussa e ti sarà aperto. Non ti sarà dato sino ad un certo limite o aperto sino ad un certo numero. Questa è la regola morale giusta ma non è applicabile in una società che giusta non è perchè si basa su valori che misurano ogni cosa. Allora non bisogna fare finta di dare,si ma un poco, ed aprire,si ,ma sino ad un numero, meglio sapere che quello che ci siamo costruiti intorno permette di essere caritatevoli ma non giusti, politicamente corretti ma non buoni, intelligenti ma non saggi.
    Quando si è capito questo bisogna applicare una regola che ho letto in uno dei tre libri che tengo sul mio comodino:
    “già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch,Babilonia,Yahoo,Butua,Brave New World.
    Dice:- Tutto è inutile,se l’approdo non può essere che la città infernale, ed è la in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
    E Polo: L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne.
    Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte sino al punto di non vederlo più.
    Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui:cercare e saper riconoscere chi e cosa,in mezzo all’inferno,non è inferno,e farlo durare, dargli spazio.” Le città invisibili,Italo Calvino,1972.

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