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PROFESSIONISTI AGGREGARSI PER CRESCERE

Marco Savio 23 marzo 2017

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PROFESSIONISTI AGGREGARSI PER CRESCERE

I professionisti sono, in Italia, oltre un milione e se consideriamo anche i lavoratori autonomi non appartenenti a sistemi ordinistici sono molti di più; quindi rappresentano un contributo importante sia alla massa dei lavoratori in proprio sia al PIL del paese.
La maggior parte opera – o inizia la professione – in modo individuale, non solo per le caratteristiche genetiche ed intellettuali dei singoli ma anche per una lunga disattenzione dello Stato verso il ceto professionale che ha tracciato una consuetudine.
La legge 1815 del 1939 vietava la forma societaria ai professionisti; è stata abrogata solo nel 1997, ma l’annunciata riforma della materia è parzialmente incompiuta da vent’anni (e per la parte affrontata è sufficientemente inadeguata), come pure vanamente attesa la rimozione del divieto di costituire consorzi al fine di beneficiare di vantaggi operativi.
Questa disattenzione non rende del tutto impossibile aggregarsi, perché si usano soluzioni alternative, ancorché non rappresentino la Best Practice come in altri sistemi paese.

Le riflessioni che seguono sono dedicate a coloro (soprattutto ai giovani in fase di avvio) che non si lasciano intimorire dall’assenza di una normativa specifica e devono solo vincere il loro personale individualismo.
Esistono esempi di aggregazioni spontanee o aggregazioni realizzate appositamente (ad esempio: mercati, distretti, fiere, vie dei mestieri, villaggi outlet etc …): in entrambi i casi è intuibile l’utilità del fenomeno.
Il primo grande risultato ottenibile è l’efficienza; nel caso degli studi, si estrinseca nel risparmio o nei maggiori Asset o benefici a parità di spesa.
È facile constatare che il solo ufficio, al crescere della superficie, costa di meno al metro quadro se utilizzato da più soggetti; poi vi sono tutti gli altri costi di struttura e generali.

Ho elaborato due progetti: uno per un professionista e l’altro per tre che si associano, adottando assunzioni coerenti tra i due casi.
I Business Plan che ho elaborato evidenziano: (a) il professionista singolo investe 15.000 euro in Asset, mentre ciascuno dei tre associati investe 11.000 euro (quindi risparmia 4.000 euro); (b) il professionista singolo sopporterebbe costi di struttura e generali per 34.500 euro, mentre la spesa di ciascuno dei tre professionista associati ammonterebbe a 20.500 euro (con un risparmio quindi di 14.000 euro).
Questi gli aspetti economici; ma non sono da sottovalutare, anche se meno facilmente misurabili, le opportunità di creare valore grazie all’aggregazione: (i) il Brain Storming su materie o argomenti; (ii) il c.d. Mutuo Soccorso reciproco; (iii) un incremento dello skill organizzativo; (iv) l’immagine che si comunica all’esterno; (v) la capacità di elaborare attività di marketing comuni; (vi) l’operatività dello studio anche in assenza del professionista; (vii) l’opportunità di accedere ad incarichi più importanti che, diversamente, forse non verrebbero assegnati.
Tutto ciò si riassume dicendo che si genera un valore olistico.

Se, per quanto esposto, ci siamo convinti dell’utilità di aggregarsi, non resta che definire come e con chi fare squadra.
La prima valutazione, razionale, da assumere è il tipo di aggregazione, cioè la filiera da adottare, secondo le competenze dei singoli professionisti: (1) verticale, cioè tutti svolgono lo stesso tipo di professione (stessa specializzazione); (2) orizzontale, cioè ogni professionista, nell’ambito della medesima professione, possiede una specializzazione diversa, sicché se si accogliessero tutte le specializzazioni la filiera contemplerebbe l’intera gamma delle attività di quella professione.
All’interno di questa analisi non è di poco peso, poi, l’età dei componenti del Team; questa incide pesantemente sul futuro dell’organizzazione.
Se costituiamo un’associazione tra coetanei, questa perviene all’età pensionabile dei suoi membri contemporaneamente, con grave rischio per l’organizzazione; non dimentichiamo che il concetto di studio esclusivamente legato alla persona del professionista, ha oramai lasciato il posto al concetto di azienda professionale ed anche il capitale fiduciario che è l’elemento distintivo del brand, legato al nome del professionista, trasla, nello studio associato, a tutta l’organizzazione grazie anche alla proprietà transitiva che i clienti sono disponibili, spesso, a riconoscere.
Quindi l’età ideale dei membri di uno studio associato è quella che garantisca la sostenibilità nel tempo dello studio e cioè la presenza di un membro per ogni classe di età.
Non resta che affrontare il tema: con chi associarsi.
Non è obbligatorio pensare di avviare dialoghi e percorsi di analisi solo con chi si conosce; si può fare anche con chi non si conosce, ma questa è materia che ho già affrontato su questo blog per cui rimando a quell’articolo (del 18 marzo 2017).
marco savio 

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